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I dieci comandamenti

2° Non avrai altro Dio che Me

Questa frase può essere interpretata in due maniere. La prima interpretazione è quella classica, ovvero:
Io sono Dio, quindi, chiunque altro venga da te e affermi di essere Dio, sta mentendo.
È un'interpretazione perfettamente lecita, specie se si tiene conto che:
Sembra che originariamente non ci fosse una grande differenza dal punto di vista religioso, tra gli Israeliti e le tribù circostanti. Jahveh era, al principio, soltanto il Dio della tribù, il quale favoriva i figli di Israele, ma non era escluso che ci fossero altri dèi, e i loro adoratori erano numerosi.
Esiste però anche un'altra possibile interpretazione, ovvero:
Se, fra le tante divinità, deciderai di onorare me, come tuo Dio, sappi che non ne potrai adorare altre, contemporaneamente.
La questione, qui, è cosa si debba intendere con il termine: “Dio”. Una delle possibili interpretazioni del termine Dio è: “io sono”, ma non è che mi piaccia molto, se non altro perché, in quest’ottica, il primo Comandamento potrebbe essere tradotto come: “Io sono ciò che sono”, e mi sembra surreale che la prima Legge data da Dio agli uomini sia un verso della canzone che canticchia sempre da Braccio di Ferro e il titolo di un inno gay. Molto meglio la traduzione letterale: “Io sono ciò che è” o la traduzione un po’ meno letterale: “Io sono l'essenza dell'essere”. Infatti, se la sostituiamo alla parola: Dio nei primi due Comandamenti, otteniamo una frase piuttosto interessante:
Io sono l’essenza dell’essere, e non ne avrai altre che me.
In questi termini, il primo comandamento non può più essere scambiato per un’affermazione, ma è chiaramente parte di un precetto:
Non cercare il senso della tua vita nelle cose e nei piaceri terreni, perché le cose e i piaceri terreni sono illusorî e transeunti; cercalo nei valori spirituali, che sono reali ed eterni.
L’ovvio corollario a questo precetto è:
Non ti farai o adorerai alcuna immagine o figura.
Non tanto, io credo, perché l’immagine terrena non possa rendere la maestosità del Divino, ma perché, alla lunga, c’è il rischio che il fedele identifichi e confonda l’immagine con il Soggetto e si convinca, per ciò, che adorando l’immagine stia adorando Dio.

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